Prassi di riferimento UNI sulla mediazione

È un assunto pacificamente accettato che la mediazione, comunque la si concepisca, è un processo caratterizzato da un elevato grado di informalità e comunque dal principio di autodeterminazione delle parti coinvolte.

Certo, in taluni contesti, possono essere previsti determinati passi (si pensi al verbale richiesto ai mediatori ex decreto 28/2010), ma l’idea di disciplinare strettamente gli interventi del mediatore è qualcosa che in genere ripugna anche ai pratici più amanti dell’ordine. In fondo, margini di manovra discrezionali caratterizzano l’operato di neutrals operanti in contesti ben più proceduralizzati, quali quello giudiziario o arbitrale.

La lettura di un recente progetto di norme di riferimento UNI sulla mediazione ha così evocato scenari distopici: secondo gli autori dello stesso, tutti i mediatori operanti ex decreto 28/2010 dovrebbero adottare dei comportamenti uniformi e rigidamente preordinati. L’obiettivo? Garantire che il tasso di accordi sia il più alto possibile.

Un’idea pateticamente naive, quanto meno, che tralascia di considerare alcuni semplici dati di fatto. In primis, che non è affatto dimostrato che tale geniale soluzione funzioni; ma soprattutto che vi sono – magari – altri approcci alla mediazione rispetto a quello che le Prassi vorrebbero imporre.

Ho elaborato Osservazioni assai critiche al Progetto ed ho piacere siano state condivise da amici e colleghi che nella pratica adottano approcci diversi dal mio. V. qui e qui.

I prossimi mesi ci diranno se le proposte Prassi faranno o meno la fine che meritano.

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